Da Latisana al Belgio,
un racconto di sacrificio e speranza
che onora la nostra terra e la nostra gente.
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Cuori di Carbone

Dove la memoria torna alla luce

Cuori di Carbone è un progetto di memoria e divulgazione dedicato ai minatori italiani emigrati in Belgio nel secondo dopoguerra. Nato da una storia di famiglia e avviato il 15 maggio 2025, raccoglie testimonianze, ricostruisce percorsi di vita e custodisce una memoria collettiva che appartiene alle famiglie, al territorio e alla storia dell’emigrazione.

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Di Betta Giuseppe

Dalla fame al carbone, portò per tutta la vita il ricordo di chi non tornò da Marcinelle.
Giuseppe Di Betta, minatore originario di Monteprato di Nimis
Giuseppe Di Betta, da Monteprato di Nimis alle miniere belghe: il lavoro, la memoria di Marcinelle e il ritorno in Friuli.

Chi era

Nascita
11 settembre 1929
Origine
Monteprato di Nimis, Udine
Partenza
Belgio, a 17 anni
Lavoro
Minatore nelle miniere belghe
Compagni
La squadra detta «l’Equipe Di Betta»
Marcinelle
L’8 agosto 1956 si salvò, ma perse un compagno che lo aveva sostituito
Rientro
Italia, nel 1960
Scomparsa
6 aprile 1976, a 46 anni, per silicosi

Le tappe della sua vita

Seleziona una tappa per approfondire

11 settembre 1929

Le radici a Monteprato

Giuseppe nasce in Friuli. A Monteprato di Nimis conosce da giovane una povertà che segnerà la sua scelta di partire.

A 17 anni

Il manifesto rosa

Legge un annuncio per le miniere belghe. Il padre rifiuta di autorizzare la partenza; Giuseppe, deciso a sfuggire alla fame, trova comunque il modo di partire.

A Milano

Tre pasti per la prima volta

Durante il viaggio verso il Belgio, a Milano riceve per la prima volta tre pasti in una giornata. Quel ricordo rimarrà legato alla fame lasciata a casa.

Gli anni in Belgio

La squadra Di Betta

Vive nelle baracche di lamiera e affronta il lavoro nelle gallerie. Lavora per anni senza ferie e guadagna la stima dei compagni, che danno il suo nome alla squadra.

8 agosto 1956

Il turno scambiato

La moglie, incinta, non sta bene; Giuseppe chiede a un amico di coprire il turno previsto a Marcinelle. L’amico muore nella tragedia del Bois du Cazier. Giuseppe sopravvive, ma il ricordo di quel compagno lo accompagnerà per sempre.

1960

Il ritorno e la casa

Rientra in Italia e costruisce la propria casa. Il carbone respirato in miniera, tuttavia, ha già segnato la sua salute.

6 aprile 1976

La silicosi

Muore a 46 anni. La figlia ricorda le sue parole davanti alla domanda su chi l’avesse spinto in miniera: «Tu non sai quanto è brutta la fame».

La testimonianza

Mio papà, Giuseppe Di Betta, nacque l’11 settembre 1929. Morì il 6 aprile 1976, a soli 46 anni, di silicosi.

Aveva appena 17 anni quando vide un manifesto rosa: cercavano manodopera per le miniere del Belgio. Il padre non volle firmare il consenso, ma lui, spinto dalla fame, trovò un’altra via: lo fece firmare a un compaesano ubriaco. E partì.

A Milano, per la prima volta nella sua vita, ebbe tre pasti al giorno. Poi arrivò in Belgio: le baracche di lamiera, il lavoro in miniera e le gallerie profonde più di mille metri.

Non tornò nemmeno per il funerale di suo padre. Lavorò senza ferie per anni, guadagnandosi il rispetto di tutti. La sua squadra prese il nome da lui: «l’Equipe Di Betta».

L’8 agosto 1956 avrebbe dovuto essere in miniera. Ma mia madre, incinta di me, stava male. Papà chiese a un amico di coprirlo. Quell’amico morì a Marcinelle. Lui si salvò. Ma non si perdonò mai.

Nel 1960 tornò in Italia e costruì casa. Ma il carbone gli aveva lasciato un segno irreversibile: morì di silicosi a 46 anni.

Quando mamma gli chiedeva: «Ma chi ti ha mandato in miniera?», lui rispondeva solo: «Tu non sai quanto è brutta la fame.»

Grazie papà. Per il coraggio, i sacrifici, l’amore. Sei stato e sarai sempre un grande esempio.

Ivana, figlia di Giuseppe Testimonianza raccolta nel maggio 2025