Di Betta Giuseppe
Dalla fame al carbone, portò per tutta la vita il ricordo di chi non tornò da Marcinelle.
Chi era
- Nascita
- 11 settembre 1929
- Origine
- Monteprato di Nimis, Udine
- Partenza
- Belgio, a 17 anni
- Lavoro
- Minatore nelle miniere belghe
- Compagni
- La squadra detta «l’Equipe Di Betta»
- Marcinelle
- L’8 agosto 1956 si salvò, ma perse un compagno che lo aveva sostituito
- Rientro
- Italia, nel 1960
- Scomparsa
- 6 aprile 1976, a 46 anni, per silicosi
Le tappe della sua vita
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11 settembre 1929Le radici a Monteprato
Giuseppe nasce in Friuli. A Monteprato di Nimis conosce da giovane una povertà che segnerà la sua scelta di partire.
A 17 anniIl manifesto rosa
Legge un annuncio per le miniere belghe. Il padre rifiuta di autorizzare la partenza; Giuseppe, deciso a sfuggire alla fame, trova comunque il modo di partire.
A MilanoTre pasti per la prima volta
Durante il viaggio verso il Belgio, a Milano riceve per la prima volta tre pasti in una giornata. Quel ricordo rimarrà legato alla fame lasciata a casa.
Gli anni in BelgioLa squadra Di Betta
Vive nelle baracche di lamiera e affronta il lavoro nelle gallerie. Lavora per anni senza ferie e guadagna la stima dei compagni, che danno il suo nome alla squadra.
8 agosto 1956Il turno scambiato
La moglie, incinta, non sta bene; Giuseppe chiede a un amico di coprire il turno previsto a Marcinelle. L’amico muore nella tragedia del Bois du Cazier. Giuseppe sopravvive, ma il ricordo di quel compagno lo accompagnerà per sempre.
1960Il ritorno e la casa
Rientra in Italia e costruisce la propria casa. Il carbone respirato in miniera, tuttavia, ha già segnato la sua salute.
6 aprile 1976La silicosi
Muore a 46 anni. La figlia ricorda le sue parole davanti alla domanda su chi l’avesse spinto in miniera: «Tu non sai quanto è brutta la fame».
La testimonianza
Mio papà, Giuseppe Di Betta, nacque l’11 settembre 1929. Morì il 6 aprile 1976, a soli 46 anni, di silicosi.
Aveva appena 17 anni quando vide un manifesto rosa: cercavano manodopera per le miniere del Belgio. Il padre non volle firmare il consenso, ma lui, spinto dalla fame, trovò un’altra via: lo fece firmare a un compaesano ubriaco. E partì.
A Milano, per la prima volta nella sua vita, ebbe tre pasti al giorno. Poi arrivò in Belgio: le baracche di lamiera, il lavoro in miniera e le gallerie profonde più di mille metri.
Non tornò nemmeno per il funerale di suo padre. Lavorò senza ferie per anni, guadagnandosi il rispetto di tutti. La sua squadra prese il nome da lui: «l’Equipe Di Betta».
L’8 agosto 1956 avrebbe dovuto essere in miniera. Ma mia madre, incinta di me, stava male. Papà chiese a un amico di coprirlo. Quell’amico morì a Marcinelle. Lui si salvò. Ma non si perdonò mai.
Nel 1960 tornò in Italia e costruì casa. Ma il carbone gli aveva lasciato un segno irreversibile: morì di silicosi a 46 anni.
Quando mamma gli chiedeva: «Ma chi ti ha mandato in miniera?», lui rispondeva solo: «Tu non sai quanto è brutta la fame.»
Grazie papà. Per il coraggio, i sacrifici, l’amore. Sei stato e sarai sempre un grande esempio.