
Se la scrittura di Roberta Sorgato è capace di raccontare la storia con intensità e sensibilità, è perché affonda le sue radici in una vicenda personale profondamente segnata dal mondo minerario. Suo padre, Giovanni Sorgato, nasce nel 1925 a Vigonovo, in provincia di Venezia, in una famiglia legata al settore calzaturiero. Come molti italiani del secondo dopoguerra, si trova però a fare i conti con una crisi economica che mette in ginocchio intere realtà produttive. È in quel contesto che prende una decisione destinata a cambiare tutto: partire per il Belgio, attratto dalle promesse di lavoro nelle miniere di carbone, pubblicizzate attraverso i celebri manifesti rosa. Arriva così a Quaregnon, una delle miniere più dure del Grand-Hornu. Una vita fatta di sacrificio, paura e responsabilità, vissuta con un unico obiettivo: garantire un futuro alla propria famiglia.

Il sacrificio di un uomo, la storia di tanti
Durante un periodo di permesso in Italia, Giovanni sposa la sua fidanzata, che lo raggiungerà successivamente in Belgio. Dalla loro unione nascono due figli, tra cui Roberta. Ma la sua storia, come quella di tanti minatori italiani, è segnata da un destino tragico. L’8 febbraio 1956, a soli 31 anni, Giovanni Sorgato perde la vita a causa di una violenta esplosione di grisù nella miniera di Quaregnon. Una morte che arriva proprio nel momento in cui stava per cambiare tutto: aveva già inviato in Italia il denaro necessario per saldare i debiti della sua attività ed era pronto a tornare a casa, per ricominciare. Quella sarebbe stata la sua ultima settimana di lavoro. Eppure, quel giorno, decide comunque di scendere in miniera, sfidando perfino una bufera di neve, per non rischiare di essere considerato assente ingiustificato. Un gesto che racconta più di mille parole cosa significasse, per quegli uomini, il senso del dovere.
“Scenderò anche per cent’anni all’inferno”
Durante la serata, uno dei momenti più toccanti è stato il racconto di un ricordo tramandato dalla madre di Roberta Sorgato. Parole semplici, ma devastanti nella loro verità:
«Piango per la paura ogni volta che sto per scendere nel pozzo. Non me ne vergogno perché so che quello che mi aspetta giù non è augurabile a nessun essere umano… Però, piuttosto che ai miei figli debba mancare un paio di scarpe, scenderò anche per cent’anni all’inferno».
Una frase che racchiude l’essenza della vita in miniera: la paura quotidiana, la consapevolezza del rischio, ma anche un amore così grande da spingere un uomo ad affrontare l’inferno ogni giorno.

Dalla tragedia alla memoria collettiva
Dopo la morte del padre, la famiglia viene rimandata in Italia: venuto meno il capofamiglia, viene meno anche il diritto a restare. Una storia che non è solo personale, ma collettiva. Perché uomini come Giovanni non hanno sostenuto solo le loro famiglie, ma un intero Paese. Le rimesse inviate dall’estero hanno contribuito in modo decisivo alla ricostruzione dell’Italia nel dopoguerra. Nel 2007, a distanza di decenni, arriva anche un riconoscimento ufficiale: la medaglia d’oro al valore civico, conferita dal Presidente della Repubblica. Un gesto simbolico, ma importante, che restituisce dignità a un sacrificio troppo spesso dimenticato.
Quando le storie si incontrano
In questo contesto, il progetto Cuori di Carbone ha trovato una perfetta sintonia con il racconto di Roberta Sorgato. Le storie dei minatori friulani e veneti emigrati in Belgio, raccolte e valorizzate da Andrea Campagnolo, si sono intrecciate naturalmente con questa testimonianza, creando un dialogo profondo tra memoria personale e memoria collettiva. Il pubblico presente ha partecipato con grande coinvolgimento, contribuendo con racconti, emozioni e ricordi. Un momento di condivisione autentica, in cui la memoria ha smesso di essere passato per diventare esperienza viva.

Un nuovo capitolo per “Cuori di Carbone”
Questo primo appuntamento del format Cuori di Carbone incontra… segna l’inizio di un percorso che punta a dare voce a testimoni, autori e storie capaci di raccontare il Novecento italiano attraverso le vite delle persone. Non solo eventi, ma occasioni per fermarsi, ascoltare e comprendere. Perché, come è emerso chiaramente durante la serata, la memoria non vive nei libri o nei documenti, ma nelle persone che scelgono di raccontarla.







