Nell’agosto del 1956, dopo la sirena di Marcinelle, il Belgio sembrava voler chiudere per sempre i suoi pozzi. 262 uomini erano morti nel Bois du Cazier: il Paese era in lutto, l’Italia indignata, l’Europa sotto shock. Eppure, il carbone serviva ancora. Le acciaierie di Charleroi, le centrali di Liegi, le ferrovie e le fabbriche non potevano fermarsi. Il Belgio aveva fame d’energia — e, ancora una volta, fame di braccia.

Negli anni successivi, mentre molti italiani rientravano in patria o cambiavano mestiere, le miniere restarono aperte. Ma chi sarebbe sceso ancora sotto terra? Le nuove generazioni belghe non volevano più farlo. Così, da sud e da est, arrivò una nuova ondata migratoria, silenziosa ma determinante: turchi, marocchini, spagnoli, portoghesi e greci riempirono il vuoto lasciato dagli italiani. Era iniziata la seconda vita del carbone belga.
Un nuovo contratto, un vecchio destino
Dopo la fine del Trattato Italo-Belga nel 1956, il Belgio firmò nuovi accordi bilaterali:
- con la Turchia nel 1964,
- con il Marocco nel 1969,
- con la Tunisia nel 1970.
Da Istanbul, Casablanca, Tangeri, arrivarono treni carichi di uomini soli, giovani e forti, spesso con un biglietto di sola andata. Non conoscevano il francese, non avevano mai visto la neve, ma sapevano che sotto terra avrebbero trovato un salario e una possibilità di sopravvivenza. Molti italiani rimasti in Belgio dopo Marcinelle non tornarono nei pozzi: erano diventati capisquadra, meccanici, sorveglianti. E furono proprio loro a insegnare ai nuovi minatori il linguaggio della miniera: il rumore del carrello, il fischio del grisou, la calma prima di un’esplosione.

Le cité minières: piccole città del mondo
A Charleroi, Genk, Liegi e La Louvière le cités minières — quei quartieri operai nati per accogliere gli italiani del primo dopoguerra — si trasformarono in un mosaico di lingue e culture. Nelle baracche dove un tempo si cucinava polenta, ora si sentiva l’odore del cous cous. Le mogli italiane scambiavano semi e ricette con le donne turche, e i bambini imparavano a giocare tra dialetti e parole francesi.

Il cambio di eredità
Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, il volto del lavoro minerario cambiò radicalmente. Gli italiani, ormai integrati o tornati in patria, passarono il testimone alle nuove comunità. Ma anche queste ultime cominciarono presto a sognare altro: una casa migliore, un lavoro più sicuro, una vita fuori dal buio. Il Belgio, intanto, iniziava la lenta chiusura dei suoi pozzi. Tra il 1966 e il 1975 furono dismesse decine di miniere in Vallonia e nel Limburgo. Nel 1984 chiuse Beringen, nel 1992 Zolder: era la fine di un’epoca. Ciò che restava era una memoria collettiva fatta di accenti, fotografie e lampade spente. Ma in quella memoria si riconosce ancora oggi il DNA multiculturale del Belgio moderno.
Marcinelle come eredità universale
Oggi, durante le commemorazioni dell’8 agosto, le bandiere italiane sventolano accanto a quelle turche e marocchine. I figli dei primi e dei secondi minatori sfilano insieme, portando le stesse lampade, gli stessi caschi, gli stessi cognomi scritti sulle lapidi. Il carbone, che un tempo divideva, è diventato un ponte tra generazioni e nazioni. In quei cortei si mescolano accenti, lacrime e sorrisi: la voce dell’Europa che è nata anche così — nelle viscere della terra, tra polvere e dignità.
“Non si facevano distinzioni tra colleghi: italiani, belgi, polacchi, greci, marocchini… «Nel fondo eravamo tutti uguali». Papà ripeteva sempre che erano «fratelli nella fatica».“
Enzo, figlio del minatore Ugo Zaccaria di Valtournenche (AO), raccolta il 5 settembre 2025










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