L’epopea dei minatori italiani in Lussemburgo
Nel cuore del Granducato, tra le colline rosse del Minett, migliaia di italiani scavarono ferro e futuro. Dalle prime partenze di fine Ottocento ai quartieri “Italie” di Dudelange ed Esch-sur-Alzette, la comunità italiana contribuì a costruire l’industria siderurgica lussemburghese.
Quando lo Stato più piccolo d’Europa fu costruito dal sudore dei lavoratori italiani
«Arrivammo in primavera. L’aria sapeva di ferro, non di carbone. Ma la fatica era la stessa.»
Testimonianza raccolta al “Centre de Documentation sur les Migrations Humaines”, distretto “Italie”, Dudelange, Lussemburgo.
La chiamata del ferro
All’inizio del Novecento, il Lussemburgo era uno dei Paesi più piccoli d’Europa, ma le sue miniere di ferro nel sud — la regione del Minett — ne facevano un colosso industriale. Nel 1892, le compagnie minerarie (Arbed, Hadir, Minière Rodange-Differdange) iniziarono ad assumere manodopera straniera, e i primi italiani arrivarono a Esch-sur-Alzette, Differdange e Dudelange. Molti erano contadini o muratori del Nordest italiano, spinti dall’emigrazione agricola e dalla promessa di una paga sicura. In pochi anni, nacquero interi quartieri italiani, chiamati Italie o Italien, con osterie, negozi e chiese dove si parlava la lingua di casa.
Vita e lavoro nel Minett
Il minerale di ferro (minette), di colore rosso bruno, veniva estratto da gallerie sotterranee profonde fino a 200 metri. Le miniere del Lussemburgo erano più calde di quelle belghe o tedesche: la temperatura superava spesso i 30 °C e l’umidità era costante. Il rumore dei martelli pneumatici si mescolava al sibilo dell’aria compressa e al crepitio dei vagoni che risalivano il minerale. Ogni minatore aveva in dotazione una lampada a carburo, un casco di cuoio e una tuta cerata che non si asciugava mai. Il turno durava 10-12 ore; l’ingresso era una ferita nel fianco della collina, da cui si scendeva con scale metalliche o piccoli vagoncini. Il respiro era corto, e il ferro polverizzato entrava nei polmoni come sabbia sottile. Gli italiani, ritenuti più resistenti, erano destinati ai lavori di scavo e perforazione. Venivano pagati meno dei lussemburghesi, ma si guadagnavano il rispetto con la tenacia. Nel 1913 oltre il 60 % dei minatori del Granducato erano stranieri, in gran parte italiani, polacchi e tedeschi.

(foto proveniente dal sito www.fonds-belval.lu)
Le condizioni erano così dure che nel 1936, dopo un grave crollo nella miniera di Kayl che costò la vita a otto operai — tre italiani — nacquero i primi sindacati di mutuo soccorso. Da quelle tragedie sarebbero derivati, decenni più tardi, i primi contratti collettivi.
Le donne del ferro
Dietro la fatica degli uomini c’era la forza silenziosa delle donne. Le mogli dei minatori italiani lavoravano nelle mense aziendali, nelle lavanderie delle acciaierie o come domestiche presso le famiglie borghesi di Esch e Dudelange. Erano loro a cucire le tute impregnate di ruggine, a lavare con l’acqua gelida dei torrenti, a crescere i figli in case di legno e zinco. Una testimonianza raccolta dal CDMH riporta le parole di Maria, emiliana arrivata nel 1948:
«Prepavamo il pranzo per duecento uomini. Avevano mezz’ora per mangiare, e la schiena piegata anche quando si sedevano. Le sera, quando tornavano, li riconoscevi solo dagli occhi.»
Testimonianza raccolta al “Centre de Documentation sur les Migrations Humaines”, distretto “Italie”, Dudelange, Lussemburgo.
Molte donne italiane parteciparono anche alla vita sociale: fondarono associazioni femminili di mutuo aiuto, organizzarono feste religiose e scolastiche, tramandarono la lingua. A tavola si parlava ancora friulano o veneto; i figli imparavano il francese a scuola, ma le nonne raccontavano in dialetto le storie di casa. Fu attraverso di loro che la comunità italiana mantenne identità e dignità nel cuore del Granducato.
Crisi e ritorni
Negli anni ’60 il Lussemburgo contava quasi 40 % di stranieri italiani. Ma nel decennio successivo arrivò la crisi: la concorrenza internazionale dell’acciaio portò alla chiusura progressiva delle miniere e delle acciaierie. L’ultima, la miniera Thillenberg, cessò l’attività nel 1981. Le sirene che per decenni avevano scandito l’inizio dei turni si spensero per sempre. Molti italiani decisero di rientrare: tornarono nel Veneto, nel Friuli o in Lombardia, portando con sé competenze tecniche che contribuirono alla rinascita industriale italiana. Altri rimasero, aprendo officine, bar o imprese di costruzioni: trasformarono la fatica in un’eredità di lavoro e dignità.

Oggi, nel Musée National des Mines de Fer Luxembourgeoises di Rumelange, si scende ancora nei tunnel musealizzati. Lì il visitatore incontra le lampade, le pale, i caschi di cuoio, e i registri con nomi italiani scritti a mano: Ferrari, Zanetti, Bertoia, De Marco, Mazzoleni. Ogni oggetto racconta un pezzo di patria lasciata sottoterra.
La memoria oggi

La memoria di quel passato non è scomparsa. Nel 2020, il Centre for Contemporary and Digital History (C2DH) dell’Università del Lussemburgo ha dedicato un sito interattivo alla storia del Monumento dei Minatori di Kayl, inaugurato nel 1957, dove sono incisi oltre 1 500 nomi di lavoratori caduti fra il 1860 e il 1980. Fra loro, decine di italiani. Ogni 4 dicembre, giorno di Santa Barbara, le associazioni e le famiglie italo-lussemburghesi depongono fiori ai piedi del monumento. La sirena della vecchia miniera suona ancora una volta: breve, cupa, vibrante come un respiro del passato.

(foto proveniente dal sito: https://lb.wikipedia.org/wiki/Monument_national_des_mineurs)
Oggi i giovani del Lussemburgo visitano i luoghi del Minett Tour, un percorso di 35 km che collega Rumelange, Esch, Dudelange e Differdange. Scendono nei tunnel per capire cosa significava lavorare nel buio, e scoprono che la storia del loro Paese è intrecciata a quella di migliaia di italiani.
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