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Ogni guerra ha i suoi campi di battaglia visibili e le sue trincee nascoste. Durante le due guerre mondiali, il carbone fu un fronte silenzioso, scavato da uomini che combattevano senza fucili. Perché senza carbone, i cannoni tacevano, i treni si fermavano, le fabbriche morivano. Mentre il mondo bruciava in superficie, decine di migliaia di minatori continuavano a scendere nei pozzi, scavando la linfa della guerra. Tra loro, anche italiani, francesi, belgi, polacchi e slovacchi: un’umanità sotterranea che respirava polvere invece che aria.

La Prima Guerra Mondiale – Il carbone del fronte

Dal 1914 al 1918, le miniere del Belgio e della Francia furono una frontiera invisibile. A Charleroi, Mons e Lens, i pozzi divennero rifugi, depositi e bersagli. Molti minatori morirono non per il grisou, ma per le bombe. Lavoravano a turno, anche sotto i colpi d’artiglieria, perché il carbone era indispensabile per alimentare treni, navi e acciaierie. Ma il prezzo fu altissimo: interi villaggi minerari ridotti in cenere, migliaia di uomini sepolti nelle gallerie bombardate. Dopo l’Armistizio, le miniere riaperte sembravano cimiteri industriali: tra i binari abbandonati, elmetti e lampade bruciate.

1941, Francia – Un minatore spinge un carrello carico di carbone all’uscita di una piccola miniera. (via theborellaride.com.au)

La Seconda Guerra Mondiale – Il carbone del Reich

Nel 1940, con l’occupazione tedesca del Belgio e della Francia, il carbone tornò bottino di guerra. Le miniere della Ruhr, della Slesia e della Lorena furono controllate dal Reich e alimentate con manodopera forzata proveniente da tutta Europa. Dopo l’8 settembre 1943, anche decine di migliaia di italiani finirono in Germania come Internati Militari Italiani (IMI). Rifiutarono di combattere per Hitler e per questo furono impiegati nei lavori più duri: acciaierie, armamenti e miniere di carbone. Molti morirono di fame, di silicosi o per incidenti, senza mai essere riconosciuti come prigionieri di guerra.

Buffon Solindo (1913-1994), minatore di Pertegada di Latisana

Tra quei prigionieri c’era anche Solindo Buffon di Pertegada di Latisana. Durante la guerra fu catturato a Creta e deportato dai tedeschi in Germania, dove venne costretto a lavorare in miniera, senza paga, come tanti altri italiani.

Dopo la guerra – Ricostruire il sottosuolo

Nel 1945, con l’Europa distrutta, il carbone tornò ad essere speranza. Le miniere vennero riaperte per la ricostruzione, e il Belgio siglò nel 1946 il Trattato Italo-Belga, scambiando carbone per manodopera. Arrivarono allora migliaia di emigranti italiani, pronti a lavorare negli stessi luoghi dove pochi anni prima altri italiani erano morti come deportati.

Anni ’40, Belgio – Minatori italiani durante un turno di riposo in superficie. (via thevision.com)

Le gallerie portavano ancora le tracce della guerra: pareti sventrate, travi bruciate, elmetti corrosi. I nuovi minatori scendevano tra le rovine del passato, per riaccendere la luce.

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